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Ordine
degli avvocati di Cassino |
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L’ Avvocato Gaetano Di
Biasio fu il Sindaco della drammatica Cassino post-bellica e
della sua ricostruzione. Oltre che Presidente del nostro
Consiglio dell’Ordine e Avvocato penalista di primissimo piano.
Pubblichiamo il mirabile
ritratto che di lui ha offerto il Preside Giuseppe Grossi in
occasione della celebrazione commemorativa, nel cinquantesimo
anniversario della morte, tenutasi il 3 dicembre 2009 in
Cassino, presso la Scuola Media Statale “Gaetano Di Biasio”.
Il Presidente
Avvocato Luigi Montanelli
Don Gaetano
Ricordare l’avvocato Gaetano Di Biasio (per tutti i Cassinati
semplicemente don Gaetano) significa non soltanto richiamare
alla memoria la vita di un uomo di notevolissimo valore
intellettuale e morale, ma anche ripercorrere molti decenni
della storia della nostra città, della quale don Gaetano fu
protagonista assoluto. Naturalmente, non è mia intenzione,
questa sera, raccontare la storia di Cassino, cosa che è stata
fatta decine di volte, e da gente di gran lunga più competente
ed informata di me. Ma qualche momento di essa storia sarà,
necessariamente, richiamato, anche se solo, per così dire, alla
buona, cioè senza pretese di storiografica scientificità.
Per cominciare, si può dire che Gaetano Di Biasio ebbe una
vita piena, movimentata, ricca di imprevisti, a volte di
pericoli, di forti delusioni, ma anche di riconoscimenti
notevoli e di confortanti gratificazioni: una di quelle vite che
sembrano uscite, pari pari, dalla penna di un romanziere
ottocentesco, tanto richiamano alla mente personaggi e vicende
di raffinati ed avvincenti romanzi di formazione; una vita che,
proprio per il suo carattere intrinsecamente e naturalmente
romanzesco, non esiterei a definire “romantica”. Ma, per ciò
stesso, anche una vita che corre il rischio, se raccontata con
intendimenti appena appena agiografici, di scadere al livello di
un romanzo di appendice (o di una telenovela). Voglio dire che
il pericolo di finire nella retorica incombe, qui, minaccioso
più che mai.
L’avvocato Di Biasio nacque a Cassino il 21 maggio 1877, in
una famiglia di modestissime condizioni sociali ed economiche
(il padre calzolaio e la madre calzettaia e rivenditrice di
ortaggi), una famiglia, però, di mentalità aperta e sensibile,
la quale si rese immediatamente conto, appena dopo i primi anni
di scuola, delle attitudini, della intelligenza e della volontà
del ragazzo, e non si risparmiò sacrifici per consentirgli di
proseguire negli studi. Il futuro avvocato Di Biasio frequentò,
a Cassino, il ginnasio (che, all’epoca, comprendeva le tre
classi dell’attuale scuola media), e, poi, ad Arpino, il liceo,
dove conseguì quella che allora si chiamava licenza liceale.
Seguì l’iscrizione alla facoltà di giurisprudenza presso
l’Università di Napoli, dopo che il giovane ebbe abbandonato,
non senza rimpianti, l’idea di iscriversi alla facoltà di
lettere, verso cui lo spingevano la sua attitudine e la sua
predilezione per gli studi umanistici, le quali si erano
prepotentemente manifestate durante gli anni del liceo. Fu,
questa, per il giovane, certamente una rinuncia dolorosa, ma non
significò, come vedremo, l’abbandono degli studi e dell’attività
letteraria, i quali trovarono incoraggiamento e sostegno
nell’amicizia di poeti e letterati quali Raffaele Valente e,
soprattutto, Carlo Baccari, che di Gaetano Di Biasio fu amico
fraterno.
Durante gli anni dell’università, alla quale potette iscriversi
grazie ad una borsa di studi ottenuta per l’interessamento di un
altro cassinate benemerito, l’avvocato Benedetto Nicoletti,
allora Presidente della provincia di Caserta (di cui Cassino,
all’epoca, faceva parte), durante gli anni dell’università,
dicevo, il giovane Di Biasio s’ingegnava come poteva in lavori
saltuari, ad esempio come scrivano presso il Tribunale di
Cassino e presso ditte private, e, così, concorreva a pagarsi
gli studi, integrando il sussidio provinciale di 50 lire, e ad
alleggerire i sacrifici economici della famiglia.
Conseguita la laurea in legge, Di Biasio si immerge in una
fervida attività, che spazia in campi disparati: l’avvocatura,
la cultura, la politica.
Nella professione di avvocato, da subito diventa uno dei
penalisti più rinomati del foro di Cassino. Con il passare degli
anni, acquisita una sempre più ampia maturità umana e
professionale, la sua notorietà valica i confini della
provincia, e don Gaetano prende parte a processi importanti che
si svolgono nelle Corti di Assise di Roma e di Napoli. E’in
quest’epoca (più o meno i primi trenta anni del secolo scorso)
che egli stringe amicizia con i più grandi penalisti italiani:
Giovanni Porzio, Ettore Botti, Giovanni Persico, Alfredo De
Marsico e, soprattutto, Enrico De Nicola, il futuro primo
Presidente della Repubblica, al quale di Biasio rimarrà legato
da profonda amicizia e da reciproca stima (De Nicola gli si
rivolgeva sempre con un affettuoso e rispettoso “Caro don
Gaetanino”!).
La fama forense di don Gaetano riposava su una eloquenza
nativa, alimentata, oltre che da una conoscenza giuridica
notevole, da una profonda cultura letteraria e filosofica. Le
sue arringhe in corte di Assise, che richiamavano
immancabilmente, come ad una rappresentazione teatrale, un
uditorio composito, costituito da professionisti, studenti,
borghesi, popolani, erano, anche, recite appassionate,
perorazioni ed invocazioni di giustizia, in cui una retorica
alta ed una sottile dialettica facevano spesso aggio su più
specifiche e tecniche motivazioni giuridiche.
Per rendersi conto dei motivi del successo forense di don
Gaetano, per penetrare il segreto di tante vittorie clamorose,
ottenute in processi nei quali gli avversari erano principi del
foro tecnicamente attrezzati come lui, se non più di lui,
bisogna anche tener presente la composizione (e, quindi, la
natura) della Corte di Assise di quei tempi (almeno i primi
trenta anni del secolo scorso), che era molto diversa rispetto
ad oggi. In quella, era maggiore il numero dei giudici popolari
(12, poi ridotto a 10) e minore, almeno per un certo periodo,
quello dei giudici togati (il solo Presidente). Le giurie
popolari avevano, quindi, maggiore autonomia e maggiore forza di
quanto ne abbiano oggi, e, spesso, le facevano valere in maniera
determinante. Agli avvocati erano richieste, perciò, capacità
ulteriori rispetto alla conoscenza dei codici. Per fare breccia
nel cuore dei giudici popolari, per “ispirare” loro, se così
vogliamo dire, per suscitare in loro decisioni favorevoli, non
era sufficiente la logica della convinzione, sostanziata di
argomentazioni squisitamente, rigorosamente giuridiche:
necessitava, anche, la retorica della persuasione, diretta a
“commuovere”, ad emozionare, a far leva sui sentimenti non meno
che sull’intelletto. L’eloquenza di don Gaetano, certamente
sorretta, come dicevo sopra, da profonda conoscenza giuridica,
ma affidata anche ad un linguaggio ricco di citazioni
letterarie, venato di metafore e di similitudini, attraversato
da brevi squarci lirici, sembrava tagliata su misura per
processi in cui la mozione degli affetti otteneva un’udienza
pari, se non superiore, a quella riservata alla tecnica
giuridica. E non bisogna dimenticare, anzi bisogna tenerli nel
dovuto conto, le capacità teatrali (nel senso migliore del
termine) di don Gaetano e il suo stesso aspetto fisico. La
figura alta ed imponente, la chioma lunga e folta, la voce
limpida e potente, il gesto imperioso che accompagnava la
parola, sottolineandola e rafforzandola nei momenti cruciali di
un’arringa, insomma quell’aria carducciana che spirava dalla sua
persona imponeva attenzione e rispetto e concorreva a creare le
condizioni per una felice conclusione del processo.
Fu così per quello di Linda Amato, un processo famoso che si
svolse negli anni venti, e richiese giorni e giorni di udienze.
Don Gaetano difendeva la donna, giovane e bella, che aveva
ucciso il suo amante, credo per gelosia. Oggi, la signora si
sarebbe, certamente, beccata una trentina di anni di reclusione,
ma era di difficile difesa anche in quei tempi di giurie
popolari imperanti. Era, però, sotto il patrocinio di don
Gaetano, che fece uno dei suoi miracoli. Stregando letteralmente
i giurati, grazie a quell’eloquenza di cui dicevo prima, ma
anche all’avvenenza della donna - avvenenza che la facondia di
don Gaetano sfruttò a dovere per idealizzare l’imputata, anche
se non proprio nella maniera e nella misura in cui Iperide
idealizzò (e salvò) Frine -, stregando i giurati, dicevo, don
Gaetano riuscì a persuaderli che Linda Amato non era l’assassina
di cui parlava l’accusa, ma una fulgida eroina, che aveva ucciso
non un amante, ma un ignobile seduttore, il quale aveva
infangato il suo onore. Linda Amato, quindi, fu assolta, e il
suo difensore fu portato in trionfo per le vie della città. (In
margine al racconto, però, è doveroso aggiungere che don Gaetano
non riuscì ad ipnotizzarli proprio tutti, i giudici popolari: un
voto contrario all’assoluzione della donna uscì pure dall’urna,
e gli osservatori dell’epoca lo attribuirono ad un acuto ed
enciclopedico professore di filosofia del locale liceo, Alessio
Cellucci, al quale, evidentemente, non resse il cuore di fare,
votando per l’assoluzione, un così grave affronto alla sua
ragione e alla sua coscienza, anche se, in seguito,
trincerandosi dietro la segretezza del voto, si guardò sempre
bene dal confessare e rivendicare il suo atto di coraggio!)
Parallelamente all’attività forense, don Gaetano coltiva i
suoi interessi culturali e comincia ad interessarsi di politica.
Quelli che seguirono alla laurea furono, quindi, anni molto
intensi, e non soltanto sul versante dell’attività letteraria.
Già durante il periodo dell’università (vale a dire gli ultimi
quattro o cinque anni dell’Ottocento), Di Biasio era stato
conquistato dalle idee socialiste di Turati, Modigliani,
Bissolati. Ai primi del Novecento, questo suo socialismo assunse
venature anarcoidi, perché don Gaetano, frequentando un suo
parente, il tipografo Raffaele Mentella, si era avvicinato al
circolo anarchico di Roma, di cui Mentella era stato uno dei
fondatori. Per tale circolo, Di Biasio fece conferenze e
commemorazioni (famosa, ad esempio, quella di Carlo Pisacane,
che egli tenne sul Gianicolo, per incarico del Partito
Socialista Anarchico di Roma). Don Gaetano, insomma, obbedendo
alla sua indole ribelle, e, forse, anche in reazione a certi
piccoli soprusi e insolenze di alcuni maggiorenti di Cassino,
che mal sopportavano che il figlio di un calzolaio stesse
diventando l’idolo del paese, andava schierandosi con gli
anarchici e con i socialisti, cioè con la parte allora più
debole dello schieramento politico, costantemente tenuta sotto
stretto controllo dai governi dell’epoca. E fu proprio a causa
della sua adesione al movimento anarchico che si trovò
coinvolto, senza colpa alcuna, in un tentativo di regicidio ad
opera di un giovane anarchico, tale Antonio D’Alba, il quale, il
14 marzo 1912, aveva sparato due colpi di pistola contro
Vittorio Emanuele III, mancando, però, il bersaglio. Arrestato e
sollecitato (probabilmente nella maniera in cui la polizia, a
quei tempi, era solita “sollecitare”) a fare i nomi di eventuali
complici, lo sciagurato, allettato forse anche dalla promessa di
uno sconto di pena, fece quello di Don Gaetano, di cui aveva, a
Roma, ascoltato i discorsi. Don Gaetano fu arrestato a sua
volta, e, solo dopo un drammatico confronto con il suo
accusatore, riuscì a dimostrare la sua assoluta estraneità al
fatto. Ebbe, comunque, anche in quella triste occasione, la
testimonianza dell’affetto che Cassino nutriva per lui: alla
notizia della scarcerazione di don Gaetano e del suo imminente
arrivo a Cassino, un intero paese abbandonò l’importante
processione serale che si svolgeva ogni anno il 27 di maggio per
la festa della Madonna della Rocca, e si riversò alla stazione
ferroviaria. Don Gaetano fu accolto addirittura con la banda
musicale e accompagnato trionfalmente a casa.
L’adolescenza e la giovinezza di don Gaetano (cioè, il
periodo della sua formazione culturale ed umana) coincidono, più
o meno, con gli ultimi quindici anni del secolo diciannovesimo.
Nessuna meraviglia, quindi, se la cultura e l’etica del Nostro
presentino caratteri ottocenteschi. Quello che induce, invece, a
qualche riflessione è il fatto che l’”ottocentismo”, se così lo
possiamo chiamare, di don Gaetano sembra (almeno a me) quasi
assolutamente esente da influssi di correnti culturali, quali,
ad esempio, il Decadentismo e il Verismo che, al tempo della sua
formazione, pure si andavano affermando. I suoi referenti
culturali sono sempre poeti e scrittori “forti”, niente affatto
decadenti: i classici latini e greci “in primis”, in particolare
Virgilio, di cui don Gaetano aveva tradotto Le Georgiche e
l’Eneide, fornendo, peraltro, di quest’opera una versione
originalissima, che trasponeva in italiano il ritmo
dell’esametro latino; e poi Dante, Foscolo, Mazzini, Carducci.
E, anche se non se ne ha esplicita notizia, fra le sue letture
non sarà certamente mancato Francesco De Sanctis, se si tiene
conto della straordinaria somiglianza che c’è fra il modo di
concepire i rapporti tra morale, politica e arte da parte del
grande critico irpino e la concezione che di tali rapporti ebbe
Don Gaetano. Anche Alfieri, dovette avere, secondo me, la sua
influenza su don Gaetano, almeno l’Alfieri filtrato attraverso
Foscolo e Carducci. Solo il Pascoli fa stecca nel coro dei poeti
forti letti ed amati da Don Gaetano. La predilezione per il
poeta di “Myricae” e de “I canti di Castelvecchio” non deve,
però, meravigliare troppo: la delicata sensibilità del Pascoli,
la sua attenzione per i più deboli, il suo socialismo un po’
ingenuo, la celebrazione degli affetti familiari facevano di
sicuro vibrare certe corde profonde dell’anima di don Gaetano,
in genere tacitate da una severa, spartana concezione della
vita. Ma forse giocavano motivi più personali nella vicinanza
spirituale di Pascoli e don Gaetano: tra le carte di
quest’ultimo sono stati ritrovati alcuni fogli manoscritti di
Giovanni Pascoli, con in calce la firma dell’autore di “Myricae,
firma che sembra essere autentica. Il fatto farebbe pensare ad
una corrispondenza epistolare fra i due scrittori.
Ma, tornando a quello che, per comodità, ho chiamato l’
ottocentismo di Don Gaetano, mi sembra evidente che la
connotazione richiami, in generale, più il primo che il secondo
Ottocento, e, in particolare, quella tradizione
poetico-patriottica, pre e post-risorgimentale che, partendo
dall’ Alfieri, passa attraverso Foscolo, Mazzini ed altri, ed
arriva sino a Carducci.
Don Gaetano era ormai anziano, aveva di gran lunga passato la
sessantina, quando, nel 1944, fu chiamato a quella che doveva
risultare l’impresa più ardua e più importante della sua vita:
la ricostruzione di Cassino.
Immediatamente dopo la liberazione della città ad opera degli
Alleati, i Cassinati sfollati in tutte le parti d’Italia
cominciarono a tornare alla loro terra, spinti da un
insopprimibile, quasi selvatico “animus revertendi”, ma là dove
sorgeva una volta Cassino trovarono una landa desolata di
macerie e di acquitrini. Si sparsero, allora, nelle contrade: a
S.Antonino, a S.Michele, a S.Angelo in Theodice, a Caira. Si
trattava di circa diecimila persone scalze ed affamate, prive
dei più elementari mezzi di sussistenza, che andarono ad
aggiungersi agli abitanti che non avevano mai lasciato queste
zone. Intanto, gli Alleati, che avevano dichiarato Cassino zona
infetta e inabitabile, la ritenevano disabitata, mentre, invece,
almeno nelle frazioni, la popolazione era enormemente aumentata.
L’Amministrazione Militare continuò, quindi, a distribuire quel
poco di farina che non bastava nemmeno prima, ignorando
l’aumento della popolazione. La situazione era disperata:
mancava tutto. Non c’era un medico, non c’era una farmacia.
Cominciarono a diffondersi la malaria ed il tifo, che facevano
strage nella popolazione già debilitata dalle sofferenze e dalla
fame. Nessuna autorità si incaricava di reprimere i delitti, e
diventavano frequenti aggressioni, furti e rapine.
Erano queste le condizioni in cui versava la cittadinanza
quando, finalmente, nel giugno del ’44, il Prefetto di
Frosinone, visitò Cassino (meglio: quel che rimaneva di Cassino)
e si rese conto della gravità della situazione. Rimase
esterrefatto, non si aspettava lo spettacolo che gli si parò
davanti agli occhi. Cercò di fare qualcosa, e, non potendo fare
niente di meglio, decise di nominare un sindaco ed un
vice-sindaco con l’incarico di ricostituire il Comune di
Cassino. Gli fu impossibile, però, reperire persone che si
intendessero di amministrazione, e “ripiegò”, se così vogliamo
dire, su due uomini di lettere, non compromessi con il passato
regime, ma assolutamente digiuni di cose amministrative: fu così
che l’avvocato Di Biasio divenne sindaco di Cassino e l’avvocato
Tancredi Grossi vice-sindaco.
Per don Gaetano cominciava una fase cruciale della sua vita.
Non era l’inizio di una normale sindacatura, ma quello di una
avventura inaudita.. La guerra aveva cancellato ogni indizio di
civiltà, e la vita doveva rinascere, a Cassino, quasi al di
fuori della storia. Un sindaco puro amministratore non sarebbe
stato, certo, il più indicato in una situazione del genere, ove,
d’altronde, non c’era gran che da amministrare. Come disse molto
bene il Preside Francesco De Rosa, ex-sindaco di Cassino, in una
commemorazione di don Gaetano in occasione del ventennale della
morte, “il problema (prioritario) era quello di suscitare una
volontà di rinascita, di raccogliere le forze morali residue, di
far intendere a tutti, al di là delle divisioni ideologiche, la
necessità che il paese rinascesse”. C’era bisogno, insomma di un
animatore, di un uomo autorevole, di un trascinatore di
indiscusso prestigio, ma anche di notevole coraggio. Si
trattava, da un lato, di motivare i cittadini dubbiosi perché
collaborassero come potevano; dall’altro, di fare intendere alle
autorità centrali, non proprio sensibili al problema della
rinascita di Cassino, la particolare condizione di una
cittadinanza senza più paese, di un comune senza più territorio
abitabile. Non era proprio il caso di muoversi per vie
burocratiche, o di andare a piatire soccorsi. Don Gaetano agì
d’istinto, obbedì alla sua indole ribelle, risfoderando il suo
carattere anarchico e libertario, risorgimentale e carducciano.
Si mosse su diversi fronti: mentre mandava imperiose richieste
di aiuto economico prima al Presidente Roosevelt e poi al
successore Truman, invitandoli a mantenere le promesse fatte
dagli Alleati appena passata la guerra, scavalcava le autorità
provinciali, sorde ai problemi di Cassino, e faceva rotta decisa
sui ministeri. Qui, seguito dai suoi più stretti collaboratori,
gli avvocati Luigi Coltella, Tancredi Grossi e Giuseppe
Margiotta, combattivi non meno di lui, si scontrava, a volte con
inaudita violenza verbale, con ministri e sottosegretari che si
mostrassero insensibili alle condizioni dei Cassinati. Gli
uscieri assistevano, un po’ increduli e un po’spaventati,
all’irrompere incontenibile nelle stanze ministeriali di questo
drappello di insoliti questuanti (per tali, infatti, venivano
presi!) che, più che a chiedere, venivano a minacciare e a
pretendere: i loro volti portavano ancora i segni delle
privazioni sofferte, i loro abiti logori denunciavano la
perdurante, attuale miseria (ricordo ancora un trench che mio
padre indossò, anche con un certo sussiego, per diverse
stagioni: avrebbe fatto la felicità del tenente Colombo!).
Quando non riusciva ad ottenere proprio niente, don Gaetano,
sempre seguìto dai suoi “straccioni”, si avviava, risoluto,
verso il Quirinale, dove il Presidene della Repubblica, il suo
vecchio amico e collega Enrico De Nicola, lo accoglieva con il
consueto “Caro don Gaetanino!”.
Fu così, in quest’aura garibaldina, che iniziò la rinascita di
Cassino. Poi vennero i primi risultati sul piano amministrativo:
furono costruite le prime case, furono ricostituiti gli uffici
pubblici, fu ripristinata l’istruzione. Intanto, ci si rese
conto che la rinascita di Cassino non poteva aver luogo se non
in armonia con quella dei comuni del territorio, e che era
necessario unire le forze. Don Gaetano fonda l’”Associazione dei
Comuni dalle Mainarde al mare”, per la difesa dei diritti delle
popolazioni sinistrate, e l’”Ente per la ricostruzione del
Cassinate” ( E.r.i.c.a.s.), che viene dotato di 10 miliardi.
Ottiene, poi, per i cittadini di Cassino, un’esenzione decennale
dalle imposte statali, dopo che egli stesso li aveva esentati da
quelle comunali.
Don Gaetano non potette, però, amministrare i 10 miliardi
dell’ E.r.i.c.a.s., perché nel ’48 la giunta da lui capeggiata
fu costretta a dimettersi. Un giovane sconsiderato, che fungeva
da segretario privato di don Gaetano, e che, quindi, non aveva
alcun rapporto diretto con il Comune, tradendo la fiducia
riposta in lui, s’impossessò di una somma di denaro che,
incautamente, gli era stata affidata. Don Gaetano, già
indebolito politicamente dopo la mancata (per pochissimi voti)
elezione al Parlamento nelle file del Partito Repubblicano,
decise di dimettersi (allora ci si dimetteva per poco!), e,
insieme a lui, cadde, naturalmente, l’intera Giunta.
Ma la ricostruzione di Cassino, nelle sue linee generali, era
ormai avviata, molti progetti erano in fase di attuazione.
Finiva il periodo pionieristico, il periodo eroico nel quale si
era combattuto contro la miseria e la fame, il tifo e la
malaria; il periodo che aveva visto lo sminamento del
territorio, il dissodamento delle campagne, con gli uomini
attaccati agli aratri al posto delle bestie e le donne che li
aiutavano come potevano; e poi i primi prodotti della terra, le
prime baracche, le prime case. Finiva l’epoca di don Gaetano, il
sindaco della ricostruzione, il profeta della rinascita di
Cassino e del Cassinate.
E così, mentre altri uomini si accingevano a completare
l’opera della ricostruzione, cominciava il declino fisico ed
esistenziale di colui che aveva fortemente voluto la
resurrezione di Cassino. La sua attività politico-amministrativa
terminò del tutto con le sue dimissioni anche da presidente
dell’E.ri.c.a.s., quella forense languiva da tempo, le sue
letture non erano più sorrette dall’entusiasmo di una volta. La
morte della moglie, che era stata la forza della sua vita, e per
la quale aveva una vera e propria adorazione, gli diede il colpo
di grazia. Negli ultimissimi anni, vagava come un estraneo per
le vie della sua Cassino, e, anche se rispondeva con la
consueta, estrema cortesia ai saluti dei concittadini che gli si
rivolgevano con rispettoso affetto, pure il suo fare tradiva la
lontananza di chi si sente già altrove. Si intratteneva solo con
alcuni suoi parenti, che lo accudirono sino alla fine, e con i
cari amici della sua gioventù, Carlo Baccari e Raffaele Valente,
con i quali riandava ai tempi de “Il Rapido” e de “Le fonti”, il
giornale e la rivista da loro fondati agli inizi del Novecento.
Se ne andò il 26 novembre del 1959, in una di quelle giornate
buie e nebbiose che caratterizzano l’autunno cassinate.
Questa sera, a cinquant’anni dalla sua morte, “Città Città” ha
voluto rendergli l’omaggio che si deve ad un uomo la cui vita è
stata, ed è, un fulgido esempio di onestà, di serietà, di
laboriosità e di dedizione assoluta al bene comune: uno di quei
Cassinati grazie ai quali le persone oneste di questa città
possono ancora dirsi orgogliose di essere cittadini di Cassino!
Peppino Grossi
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